XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B)
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla
Lectio divina su Mc 6,30-34
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla
Lectio divina su Mc 6,30-34
Invocare
Donaci, o Padre, di riconoscere nel Figlio il volto del tuo amore, la Parola di salvezza e di misericordia, perché lo seguiamo con cuore generoso e lo annunciamo con le opere e le parole ai fratelli e alle sorelle che attendono il Regno e la sua giustizia. Colmaci del tuo Spirito perché il nostro ascolto sia attento e la nostra testimonianza sia autentica e libera, anche nei momenti di difficoltà e di incomprensione. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.
Leggere
30Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. 31Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. 32Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. 33Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
34Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
34Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
- Facciamo un momento di silenzio meditativo perché la Parola possa risuonare in noi.
Meditare
Il testo del vangelo di oggi è un brano di transizione in cui Marco, mentre conclude una parte della sua narrazione, introduce una sezione particolarmente importante che va sotto il nome di “sezione dei pani”. Il testo ci informa del ritorno degli apostoli precedentemente inviati, una missione che sembra aver ottenuto un considerevole successo, visto l’accalcarsi della folla. È importante in ogni caso la menzione della loro attività di insegnamento, che più volte Marco ha sottolineato essere propria di Gesù e che ora diventa loro mandato e impegno.
La chiesa primitiva è chiamata a riconoscere proprio in questa attività di insegnamento, ancorata al ministero di Gesù e degli apostoli, il compito primario della sua attività di evangelizzazione. Non a caso il nostro brano, dinanzi alla situazione in cui si trova il popolo senza pastore, ci informa che Gesù incominciò “ad insegnare loro molte cose”.
Essi hanno sentito che Gesù si preoccupa sinceramente di loro, e che ha il potere di venire loro veramente in aiuto. È ciò che fa, portando l’indispensabile salvezza a tutti quelli che si rivolgono a lui fiduciosi, nella loro disgrazia sia fisica che sociale o spirituale.
La Chiesa non cerca oggi di distrarci con delle belle storie che parlano dei tempi passati, anche se alle volte gridiamo parole antiche simili a quelle della Bibbia: “Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: «E' stato concepito un uomo!». E perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo? Perché due ginocchia mi hanno accolto,e perché due mammelle, per allattarmi? Come lo schiavo sospira l'ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, così a me son toccati mesi d'illusione e notti di dolore mi sono state assegnate. Ricordati che un soffio è la mia vita:il mio occhio non rivedrà più il bene” (Gb 3,3.11-12; 7,2-3.7).
La Chiesa meditando la Parola del Signore ci dice che Gesù Cristo risuscitato continua ad agire come il Salvatore di Dio. Egli può e vuole aiutarci nella nostra disgrazia. Compatisce le nostre preoccupazioni e nella nostra miseria possiamo rivolgerci a lui. Egli ci consolerà, ci darà la forza, ci esaudirà. È lui che ci fa trovare le vie per uscire dalla disgrazia, che ci mette accanto delle persone che ci aiutino. E soprattutto, Gesù Cristo conosce l’ultima e la peggiore delle nostre miserie: la nostra ricerca di una salvezza duratura e felice, che sia per noi o per tutti quelli che amiamo, dei quali ci preoccupiamo, e che abitano con noi questo mondo.
v. 30: “si riunirono attorno a Gesù”. È il gesto che compiono gli apostoli al ritorno della missione. Infatti, la missione non è fuga mundi, non ha come fine l'andata, ma il ritorno e la motivazione è il Signore stesso.
“gli riferirono tutto quello...”. Ritornare al Signore, è un gettare a lui quanto accade nella nostra vita. Il raccontare i fatti della missione, rende i discepoli Chiesa.
Nel brano troviamo le due dimensioni dell’annuncio: il fare e l’insegnare. Tutto questo va riferito a Gesù. È lui il termine. Se si annuncia Lui, ci si riferisce a Lui. Noi ci troviamo, davanti al Signore, in una condizione di povertà: non possiamo non aver niente da dire se non siamo tra coloro che, nella povertà, sono andati ad annunciare che la gente si convertisse. C’è una dimensione necessaria all’annuncio ed è il riferire ciò che abbiamo fatto e ciò che abbiamo insegnato.
v. 31: “Venite in disparte, voi soli...”. La chiamata in un luogo in disparte non è una fuga. Certamente questo luogo in disparte è il luogo del quale possono cogliere l’importanza coloro che non hanno neanche il tempo di mangiare. Si fa fatica a pensare che il tempo dei luoghi solitari sia il tempo nel quale si mangia di più o si dorme di più. Come mai, solitamente, durante l’anno si vivono situazioni di povertà estrema e quando si è con Gesù e si dovrebbe stare con Lui – il famoso tempo degli esercizi spirituali – ci si trova in case dove non manca niente?
“in un luogo deserto”. Gesù invita ad appartarsi eis èremon (luogo solitario), letteralmente “in un deserto”. Questo luogo solitario allora è il deserto, il luogo dove non abbiamo altro che il Signore. Nell'AT troviamo Dio che conduce nel deserto per dire parole d'amore al cuore dell'amata. Gesù spesso lo troviamo solo, in disparte, in un rapporto continuo col Padre. Ma lo ritroviamo solo nel deserto della croce.
E allora, cosa è questo luogo solitario? È il luogo nel quale Gesù chiama i discepoli, perché il bisogno della folla non è essenzialmente il bisogno di pane, ma è il bisogno della croce. E sulla croce ci si va da soli. Questo è il luogo solitario, in disparte. Una persona che è capace di vivere in luoghi deserti, solitari è una persona che sa stare in croce, che non ha bisogno di fare tante cose, ma sa cogliere al volo la fame della folla perché la condivide.
v. 32: “andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte”. Questo dettaglio completa la vita dell'apostolo: è con lui, è inviato da lui, e torna a lui per trovare uno spazio di silenzio, in solitudine con lui. Qui egli ritrova se stesso, la pienezza della propria vita da cui scaturisce la missione.
v. 33: Il luogo solitario e in disparte non è un luogo sconosciuto alla gente, tanto è vero che – dice il testo – “li precedettero”. Partono quindi per un luogo solitario, ma non ci arrivano, perché la gente li precede. Il nostro luogo solitario è dove la gente ci precede; è dove la gente è arrivata prima di noi ed è arrivata a piedi, perché non aveva la barca.
v. 34: “Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro”. Il questo versetto troviamo un primo verbo: vedere. Lo si incontra spessissimo nella Bibbia, ovviamente riferito all’uomo come soggetto, ma si trova riferito anche a Dio o al Signore. Nel libro dell’Esodo, ricorre spesso, quando si riporta la storia della stipulazione della prima alleanza. Gli Israeliti si trovano schiavi in Egitto, umiliati e oppressi sotto il duro giogo del faraone: “alzano grida di lamento”, ma non è scritto che quelle grida le innalzino a Dio; quindi la loro non è di per sé una preghiera, ma di fatto quel grido accorato e straziante “sale a Dio” e lui attentamente lo ascolta, ed ecco l’effetto: “Dio vide la condizione degli Israeliti e se ne prese pensiero”. E quando poi YHWH al Sinai si presenta a Mosè, fuggiasco dall’Egitto, dal roveto ardente gli grida: “Ho visto la miseria del mio popolo in Egitto” (Es 2,25; 3,7). Il Signore non è come gli idoli che “hanno occhi ma non vedono”: lui invece vede e... provvede!
Quando poi Mosè sta per morire, chiede a Dio un capo “perché la comunità del Signore non diventi simile a pecore che non hanno pastore” (Nm 27,17). Non Giosuè - immediato successore di Mosè - ma Gesù sarà il Pastore vero e definitivo così come troviamo nel brano odierno.
C'è un'altro verbo che Marco sottolinea: “commosse”. Il verbo greco splanchnìzomai non viene applicato se non a Gesù per caratterizzare il suo sguardo e il suo agire misericordioso. Il termine greco traduce il sentimento di compassione, di misericordia di Dio: splanchna corrisponde all’ebraico rehamìm, ‘viscere, la sede dei sentimenti, nel pensiero antico, ed esprime accondiscendenza, amore, tenerezza… il legame che unisce la madre o il padre al figlio, così come si esprimono i profeti per indicare il legame che unisce Dio al suo popolo. Si tratta dunque di un legame ‘viscerale’, che va al di là dei concetti di giustizia, di merito, retribuzione, che solo nel rapporto genitore-figlio può trovare una adeguata rappresentazione. C’è dunque, un rapporto molto stretto tra ciò che si insegna e la commozione, il commuoversi dentro, per una folla che doveva sembrare come un gregge senza pastore. Si possono insegnare delle cose senza commuoversi? Ciò che si insegna è frutto di commozione.
Questa coppia di verbi - vedere e commuoversi - si incontra altre volte nei vangeli, soprattutto in Luca. Ricordiamo tre passi. Quando entrando a Nain Gesù si imbatte nel corteo funebre per il figlio unico di una povera vedova, Gesù “la vide e si commosse” (Lc 7,13). E nella parabola del buon samaritano, questi due verbi ricorrono in bocca a Gesù per definire il comportamento del samaritano: mentre il sacerdote e il levita “avendo visto” (il povero uomo aggredito dai briganti e lasciato mezzo morto sul ciglio della strada) si girarono “dall’altra parte”, solo quell’eretico e scomunicato - tali erano considerati i samaritani - “lo vide e si commosse” (Lc 15,31ss). Questi due verbi configurano il comportamento di Gesù come il vero buon samaritano: non è lui che, nonostante il giudizio malevolo dei sacerdoti e dei capi del popolo che lo considerano eretico e finiranno per scomunicarlo e condannarlo, si china sull’umanità tramortita a causa del peccato?
Ma c’è di più: la coppia di verbi vedere-commuoversi ricorre in bocca a Gesù anche nella parabola del figlio prodigo per esprimere l’atteggiamento di Dio rappresentato nella figura del padre misericordioso che nello scorgere da lontano il figlio scapestrato finalmente sulla via di casa, “lo vide e si commosse” (Lc 15,20). Da ricordare che “commuoversi” traduce un verbo tipicamente femminile, che letteralmente si dovrebbe rendere con “sentirsi smuovere il grembo”: come la mamma, quando vede il suo bambino, soprattutto nei momenti di maggiore tenerezza, si sente smuovere le viscere dalla commozione, così è Dio. E così è fatto Gesù: la sua compassione non è solo un intenso, umanissimo sentimento; è una compassione di timbro messianico perché è la commozione del Messia-Pastore in cui si è fatta carne la tenerezza materna di Dio.
“si mise a insegnare loro molte cose”. Gesù si mette a insegnare molte cose alla folla dei discepoli. Il Messia offre alla folla affamata e smarrita: il pane della parola. A che serve infatti il pane, se non c’è una “parola”, cioè un senso e un ideale, per cui vale la pena sudarlo e assaporare la gioia di mangiarlo? Infatti “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4; cfr. Dt 8,3).
Il vangelo di Marco non dice che cosa poi in concreto Gesù insegnasse; e dopo viene la condivisione dei pani. Ma proprio la condivisione dei pani è l’insegnamento che Gesù dà, perché, in quell’episodio, gli uomini diventano consapevoli della propria povertà, del proprio bisogno, sono degli affamati che hanno bisogno di pane e non possono procurarselo. E lì imparano, gli uomini, a ricevere questo cibo dal dono di Gesù. Anzi, cominciano a comprendere che non solo Gesù è colui che è capace di dare il pane, ma che alla fine, quel pane che Lui dona, è Lui stesso. Impareranno pian piano che l’uomo è un bisognoso, un mendicante di vita, e questa vita, di cui l’uomo ha assolutamente bisogno, ha fame e sete, questa vita Gesù la può donare. Anzi, questa vita di cui l’uomo ha bisogno è Gesù stesso, in quanto rivelatore dell’amore di Dio per noi.
Il Vangelo nel pensiero dei Padri della chiesa
A ragione Cristo, essendo il buon pastore, esclamava: Io sono il buon pastore (Gv 10,11). Io stesso fascerò la pecora ferita e curerò quella malta, andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita (Ez 34,16). Ho visto il gregge degli Israeliti in preda al male, l’ho visto finire nella dimora dei demoni, dilaniati da questi come lupi. E non ho disprezzato quel che ho visto. Infatti sono io il buon pastore: non i farisei che hanno invidia delle pecore, non quelli che stimano un danno per sé i benefici conferiti al gregge, non quelli che si affliggono perché gli altri sono liberati dai mali e che sono addolorati per le malattie guarite. Il morto risorge, e il fariseo piange; il paralitico è risanato e gli scribi si lamentano; al cieco è ridata la vista e i sacerdoti ne sono sdegnati; (…). O superbi pastori del misero gregge, che godono delle sue disgrazie! Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore (Gv 10,11). Il pastore per il suo gregge si lascia condurre alla morte come un agnello: non rifiuta di morire, non contesta, non aggredisce i suoi carnefici.(…) La morte da tanto tempo teneva il potere, finché Cristo non la colpì; da tanto tempo i sepolcri erano pesanti e il carcere chiuso, finché il Pastore, svincolatosi, portò il felice annunzio della liberazione alle pecorelle prigioniere. Fu visto negli inferi dare il segnale del ritorno, il segno che dal sepolcro richiamava di nuovo alla vita. Il buon pastore offre la vita per le pecore (Gv 10,11). Il Cristo, poi, ama chi accoglie la sua voce con amore. (Basilio di Seleucia, Omelia, 26,2).
È vita attiva donare il pane all'affamato, insegnare la sapienza a chi non la conosce, correggere l'errante e richiamare sulla via dell'umiltà il superbo; aver cura dell'infermo, dispensare ciò che può servire ai singoli e a chiunque, e provvedere il necessario a quelli che ci sono stati affidati. È invece vita contemplativa custodire con tutta l'anima l'amore di Dio e del prossimo ma astenendosi dall'attività esteriore e lasciandosi invadere unicamente dal desiderio del creatore, in modo che non si abbia più gusto per nessuna opera, ma piuttosto, negletta ogni altra preoccupazione, l'anima arda dal desiderio di vedere il volto del suo Creatore, sopporti con dolore il peso della carne corruttibile e aspiri con tutta se stessa a unirsi ai cori osannanti degli angeli, ai cittadini del cielo, e a godere eternamente dell'infinita contemplazione di Dio (Gregorio magno, Omelie su Ezechiele, lib. 2 om. 2).
- Per la riflessione personale e il confronto:
Vivo la “Pasqua settimanale” come una ricarica, un dono da “spendere” nella settimana? La Parola e il Pane sono un vero nutrimento per la mia vita?
Quale spazio concedo alla Parola di Dio nella mia settimana? Solo le letture della messa? Oppure le preparo con una lettura personale e qualche commento adatto? Medito quello che leggo?
Avverto la cura di Dio per me? Mi prendo cura degli altri, così da essere in piccolo un pastore secondo lo stile di Gesù?
Pregare
Mettiti in silenzio e accogli le parole del Vangelo nel tuo cuore e lascia che Lui ti incontri nel deserto... prega così:
Tu solo, Signore, hai pietà del mio soffrire.
Mi vieni vicino e mi sollevi il cuore, rubandogli il mio peccato.
È così folle questo tuo gesto, che hai dovuto lasciarti crocifiggere perché ti credessi e ti spalancassi fiduciosamente la porta della mia miseria.
Signore, non sono degno che tu entri, ma io ti apro lo stesso.
Ti apro la porta più larga della mia anima.
Ma tu l’hai scardinata con la croce (P. Mazzolari, Se tu resti con noi, p. 118).
Contemplare-agire
Il nostro incontrarsi con Cristo sia un aprire la vista interiore dell'anima alla sua presenza nel mondo, aprire l'udito interiore alla Parola della sua Verità.
La chiesa primitiva è chiamata a riconoscere proprio in questa attività di insegnamento, ancorata al ministero di Gesù e degli apostoli, il compito primario della sua attività di evangelizzazione. Non a caso il nostro brano, dinanzi alla situazione in cui si trova il popolo senza pastore, ci informa che Gesù incominciò “ad insegnare loro molte cose”.
Essi hanno sentito che Gesù si preoccupa sinceramente di loro, e che ha il potere di venire loro veramente in aiuto. È ciò che fa, portando l’indispensabile salvezza a tutti quelli che si rivolgono a lui fiduciosi, nella loro disgrazia sia fisica che sociale o spirituale.
La Chiesa non cerca oggi di distrarci con delle belle storie che parlano dei tempi passati, anche se alle volte gridiamo parole antiche simili a quelle della Bibbia: “Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: «E' stato concepito un uomo!». E perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo? Perché due ginocchia mi hanno accolto,e perché due mammelle, per allattarmi? Come lo schiavo sospira l'ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, così a me son toccati mesi d'illusione e notti di dolore mi sono state assegnate. Ricordati che un soffio è la mia vita:il mio occhio non rivedrà più il bene” (Gb 3,3.11-12; 7,2-3.7).
La Chiesa meditando la Parola del Signore ci dice che Gesù Cristo risuscitato continua ad agire come il Salvatore di Dio. Egli può e vuole aiutarci nella nostra disgrazia. Compatisce le nostre preoccupazioni e nella nostra miseria possiamo rivolgerci a lui. Egli ci consolerà, ci darà la forza, ci esaudirà. È lui che ci fa trovare le vie per uscire dalla disgrazia, che ci mette accanto delle persone che ci aiutino. E soprattutto, Gesù Cristo conosce l’ultima e la peggiore delle nostre miserie: la nostra ricerca di una salvezza duratura e felice, che sia per noi o per tutti quelli che amiamo, dei quali ci preoccupiamo, e che abitano con noi questo mondo.
v. 30: “si riunirono attorno a Gesù”. È il gesto che compiono gli apostoli al ritorno della missione. Infatti, la missione non è fuga mundi, non ha come fine l'andata, ma il ritorno e la motivazione è il Signore stesso.
“gli riferirono tutto quello...”. Ritornare al Signore, è un gettare a lui quanto accade nella nostra vita. Il raccontare i fatti della missione, rende i discepoli Chiesa.
Nel brano troviamo le due dimensioni dell’annuncio: il fare e l’insegnare. Tutto questo va riferito a Gesù. È lui il termine. Se si annuncia Lui, ci si riferisce a Lui. Noi ci troviamo, davanti al Signore, in una condizione di povertà: non possiamo non aver niente da dire se non siamo tra coloro che, nella povertà, sono andati ad annunciare che la gente si convertisse. C’è una dimensione necessaria all’annuncio ed è il riferire ciò che abbiamo fatto e ciò che abbiamo insegnato.
v. 31: “Venite in disparte, voi soli...”. La chiamata in un luogo in disparte non è una fuga. Certamente questo luogo in disparte è il luogo del quale possono cogliere l’importanza coloro che non hanno neanche il tempo di mangiare. Si fa fatica a pensare che il tempo dei luoghi solitari sia il tempo nel quale si mangia di più o si dorme di più. Come mai, solitamente, durante l’anno si vivono situazioni di povertà estrema e quando si è con Gesù e si dovrebbe stare con Lui – il famoso tempo degli esercizi spirituali – ci si trova in case dove non manca niente?
“in un luogo deserto”. Gesù invita ad appartarsi eis èremon (luogo solitario), letteralmente “in un deserto”. Questo luogo solitario allora è il deserto, il luogo dove non abbiamo altro che il Signore. Nell'AT troviamo Dio che conduce nel deserto per dire parole d'amore al cuore dell'amata. Gesù spesso lo troviamo solo, in disparte, in un rapporto continuo col Padre. Ma lo ritroviamo solo nel deserto della croce.
E allora, cosa è questo luogo solitario? È il luogo nel quale Gesù chiama i discepoli, perché il bisogno della folla non è essenzialmente il bisogno di pane, ma è il bisogno della croce. E sulla croce ci si va da soli. Questo è il luogo solitario, in disparte. Una persona che è capace di vivere in luoghi deserti, solitari è una persona che sa stare in croce, che non ha bisogno di fare tante cose, ma sa cogliere al volo la fame della folla perché la condivide.
v. 32: “andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte”. Questo dettaglio completa la vita dell'apostolo: è con lui, è inviato da lui, e torna a lui per trovare uno spazio di silenzio, in solitudine con lui. Qui egli ritrova se stesso, la pienezza della propria vita da cui scaturisce la missione.
v. 33: Il luogo solitario e in disparte non è un luogo sconosciuto alla gente, tanto è vero che – dice il testo – “li precedettero”. Partono quindi per un luogo solitario, ma non ci arrivano, perché la gente li precede. Il nostro luogo solitario è dove la gente ci precede; è dove la gente è arrivata prima di noi ed è arrivata a piedi, perché non aveva la barca.
v. 34: “Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro”. Il questo versetto troviamo un primo verbo: vedere. Lo si incontra spessissimo nella Bibbia, ovviamente riferito all’uomo come soggetto, ma si trova riferito anche a Dio o al Signore. Nel libro dell’Esodo, ricorre spesso, quando si riporta la storia della stipulazione della prima alleanza. Gli Israeliti si trovano schiavi in Egitto, umiliati e oppressi sotto il duro giogo del faraone: “alzano grida di lamento”, ma non è scritto che quelle grida le innalzino a Dio; quindi la loro non è di per sé una preghiera, ma di fatto quel grido accorato e straziante “sale a Dio” e lui attentamente lo ascolta, ed ecco l’effetto: “Dio vide la condizione degli Israeliti e se ne prese pensiero”. E quando poi YHWH al Sinai si presenta a Mosè, fuggiasco dall’Egitto, dal roveto ardente gli grida: “Ho visto la miseria del mio popolo in Egitto” (Es 2,25; 3,7). Il Signore non è come gli idoli che “hanno occhi ma non vedono”: lui invece vede e... provvede!
Quando poi Mosè sta per morire, chiede a Dio un capo “perché la comunità del Signore non diventi simile a pecore che non hanno pastore” (Nm 27,17). Non Giosuè - immediato successore di Mosè - ma Gesù sarà il Pastore vero e definitivo così come troviamo nel brano odierno.
C'è un'altro verbo che Marco sottolinea: “commosse”. Il verbo greco splanchnìzomai non viene applicato se non a Gesù per caratterizzare il suo sguardo e il suo agire misericordioso. Il termine greco traduce il sentimento di compassione, di misericordia di Dio: splanchna corrisponde all’ebraico rehamìm, ‘viscere, la sede dei sentimenti, nel pensiero antico, ed esprime accondiscendenza, amore, tenerezza… il legame che unisce la madre o il padre al figlio, così come si esprimono i profeti per indicare il legame che unisce Dio al suo popolo. Si tratta dunque di un legame ‘viscerale’, che va al di là dei concetti di giustizia, di merito, retribuzione, che solo nel rapporto genitore-figlio può trovare una adeguata rappresentazione. C’è dunque, un rapporto molto stretto tra ciò che si insegna e la commozione, il commuoversi dentro, per una folla che doveva sembrare come un gregge senza pastore. Si possono insegnare delle cose senza commuoversi? Ciò che si insegna è frutto di commozione.
Questa coppia di verbi - vedere e commuoversi - si incontra altre volte nei vangeli, soprattutto in Luca. Ricordiamo tre passi. Quando entrando a Nain Gesù si imbatte nel corteo funebre per il figlio unico di una povera vedova, Gesù “la vide e si commosse” (Lc 7,13). E nella parabola del buon samaritano, questi due verbi ricorrono in bocca a Gesù per definire il comportamento del samaritano: mentre il sacerdote e il levita “avendo visto” (il povero uomo aggredito dai briganti e lasciato mezzo morto sul ciglio della strada) si girarono “dall’altra parte”, solo quell’eretico e scomunicato - tali erano considerati i samaritani - “lo vide e si commosse” (Lc 15,31ss). Questi due verbi configurano il comportamento di Gesù come il vero buon samaritano: non è lui che, nonostante il giudizio malevolo dei sacerdoti e dei capi del popolo che lo considerano eretico e finiranno per scomunicarlo e condannarlo, si china sull’umanità tramortita a causa del peccato?
Ma c’è di più: la coppia di verbi vedere-commuoversi ricorre in bocca a Gesù anche nella parabola del figlio prodigo per esprimere l’atteggiamento di Dio rappresentato nella figura del padre misericordioso che nello scorgere da lontano il figlio scapestrato finalmente sulla via di casa, “lo vide e si commosse” (Lc 15,20). Da ricordare che “commuoversi” traduce un verbo tipicamente femminile, che letteralmente si dovrebbe rendere con “sentirsi smuovere il grembo”: come la mamma, quando vede il suo bambino, soprattutto nei momenti di maggiore tenerezza, si sente smuovere le viscere dalla commozione, così è Dio. E così è fatto Gesù: la sua compassione non è solo un intenso, umanissimo sentimento; è una compassione di timbro messianico perché è la commozione del Messia-Pastore in cui si è fatta carne la tenerezza materna di Dio.
“si mise a insegnare loro molte cose”. Gesù si mette a insegnare molte cose alla folla dei discepoli. Il Messia offre alla folla affamata e smarrita: il pane della parola. A che serve infatti il pane, se non c’è una “parola”, cioè un senso e un ideale, per cui vale la pena sudarlo e assaporare la gioia di mangiarlo? Infatti “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4; cfr. Dt 8,3).
Il vangelo di Marco non dice che cosa poi in concreto Gesù insegnasse; e dopo viene la condivisione dei pani. Ma proprio la condivisione dei pani è l’insegnamento che Gesù dà, perché, in quell’episodio, gli uomini diventano consapevoli della propria povertà, del proprio bisogno, sono degli affamati che hanno bisogno di pane e non possono procurarselo. E lì imparano, gli uomini, a ricevere questo cibo dal dono di Gesù. Anzi, cominciano a comprendere che non solo Gesù è colui che è capace di dare il pane, ma che alla fine, quel pane che Lui dona, è Lui stesso. Impareranno pian piano che l’uomo è un bisognoso, un mendicante di vita, e questa vita, di cui l’uomo ha assolutamente bisogno, ha fame e sete, questa vita Gesù la può donare. Anzi, questa vita di cui l’uomo ha bisogno è Gesù stesso, in quanto rivelatore dell’amore di Dio per noi.
Il Vangelo nel pensiero dei Padri della chiesa
A ragione Cristo, essendo il buon pastore, esclamava: Io sono il buon pastore (Gv 10,11). Io stesso fascerò la pecora ferita e curerò quella malta, andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita (Ez 34,16). Ho visto il gregge degli Israeliti in preda al male, l’ho visto finire nella dimora dei demoni, dilaniati da questi come lupi. E non ho disprezzato quel che ho visto. Infatti sono io il buon pastore: non i farisei che hanno invidia delle pecore, non quelli che stimano un danno per sé i benefici conferiti al gregge, non quelli che si affliggono perché gli altri sono liberati dai mali e che sono addolorati per le malattie guarite. Il morto risorge, e il fariseo piange; il paralitico è risanato e gli scribi si lamentano; al cieco è ridata la vista e i sacerdoti ne sono sdegnati; (…). O superbi pastori del misero gregge, che godono delle sue disgrazie! Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore (Gv 10,11). Il pastore per il suo gregge si lascia condurre alla morte come un agnello: non rifiuta di morire, non contesta, non aggredisce i suoi carnefici.(…) La morte da tanto tempo teneva il potere, finché Cristo non la colpì; da tanto tempo i sepolcri erano pesanti e il carcere chiuso, finché il Pastore, svincolatosi, portò il felice annunzio della liberazione alle pecorelle prigioniere. Fu visto negli inferi dare il segnale del ritorno, il segno che dal sepolcro richiamava di nuovo alla vita. Il buon pastore offre la vita per le pecore (Gv 10,11). Il Cristo, poi, ama chi accoglie la sua voce con amore. (Basilio di Seleucia, Omelia, 26,2).
È vita attiva donare il pane all'affamato, insegnare la sapienza a chi non la conosce, correggere l'errante e richiamare sulla via dell'umiltà il superbo; aver cura dell'infermo, dispensare ciò che può servire ai singoli e a chiunque, e provvedere il necessario a quelli che ci sono stati affidati. È invece vita contemplativa custodire con tutta l'anima l'amore di Dio e del prossimo ma astenendosi dall'attività esteriore e lasciandosi invadere unicamente dal desiderio del creatore, in modo che non si abbia più gusto per nessuna opera, ma piuttosto, negletta ogni altra preoccupazione, l'anima arda dal desiderio di vedere il volto del suo Creatore, sopporti con dolore il peso della carne corruttibile e aspiri con tutta se stessa a unirsi ai cori osannanti degli angeli, ai cittadini del cielo, e a godere eternamente dell'infinita contemplazione di Dio (Gregorio magno, Omelie su Ezechiele, lib. 2 om. 2).
- Per la riflessione personale e il confronto:
Vivo la “Pasqua settimanale” come una ricarica, un dono da “spendere” nella settimana? La Parola e il Pane sono un vero nutrimento per la mia vita?
Quale spazio concedo alla Parola di Dio nella mia settimana? Solo le letture della messa? Oppure le preparo con una lettura personale e qualche commento adatto? Medito quello che leggo?
Avverto la cura di Dio per me? Mi prendo cura degli altri, così da essere in piccolo un pastore secondo lo stile di Gesù?
Pregare
Mettiti in silenzio e accogli le parole del Vangelo nel tuo cuore e lascia che Lui ti incontri nel deserto... prega così:
Tu solo, Signore, hai pietà del mio soffrire.
Mi vieni vicino e mi sollevi il cuore, rubandogli il mio peccato.
È così folle questo tuo gesto, che hai dovuto lasciarti crocifiggere perché ti credessi e ti spalancassi fiduciosamente la porta della mia miseria.
Signore, non sono degno che tu entri, ma io ti apro lo stesso.
Ti apro la porta più larga della mia anima.
Ma tu l’hai scardinata con la croce (P. Mazzolari, Se tu resti con noi, p. 118).
Contemplare-agire
Il nostro incontrarsi con Cristo sia un aprire la vista interiore dell'anima alla sua presenza nel mondo, aprire l'udito interiore alla Parola della sua Verità.





